Mangiare troppo pesce fa male. Non ha mezzi termini nel sostenerlo T. Colin Campbell, l’autore del The Chiana Study, che in uno dei programmi di specializzazione online tenuti dalla sua Fondazione in collaborazione con la eCornell (il ramo online della Cornell University di New York) riporta i risultati ottenuti da alcune tra le ultime ricerche condotte sull’omega 3, il famoso “grasso buono”.

In particolare, in uno studio condotto dal dott. Menas Kaushik, “Long-Chain Omega-3 Fats, Fish, and Type 2 Diabetes” pubblicato nel 2009, si è potuto vedere come l’aumento del consumo di omega 3 nella dieta di tutti i giorni corrisponda ad un aumento del rischio di incorrere nel diabete di tipo 2, vale a dire il diabete più frequente e comune.

Di fatto stando a questo studio condotto con 9.380 casi e 3 milioni di persone all’anno osservate, si può dire che “consumare pesce cinque o più volte alla settimana aumenta del 22% il rischio di incorrere in questa forma di diabete rispetto al consumo di una porzione di pesce una volta al mese”.

Ma non basta.

Nel suo corso The Certificate in Plant-Based Nutrition, Campbell riporta i risultati ottenuti dal dott. Lee Hooper nella sua ricerca pubblicata nel 2006 dal titolo “Omega-3 Fats don’t work for total mortality, heart disease or cancer” in cui si afferma che “la lunga e la corta catena di omega 3 non hanno un chiaro effetto sulla mortalità in generale o in quella legata ad eventi cardiovascolari o al cancro”. Gli autori concludono con una affermazione, che Campbell sottolinea però non essere statisticamente significativa, secondo la quale “non si può escludere che il consumo di Omega 3 come supplemento possa essere correlato ad un rischio di cancro”.

Cosa sia vero e cosa non lo sia nella scienza medica, e in quella alimentare in particolare, penso non sia sempre così facile da affermare.

Tuttavia non si può negare che queste affermazione d’oltreoceano sono state riportate e discusse anche qui in Italia grazie ad un articolo apparso sul Corriere salute (“I veri effetti dell’omega-3 su cuori e vasi”) che in qualche modo ha portato all’attenzione del pubblico ciò che negli ultimi anni si sta dibattendo a livello medico-scientifico. E sono affermazioni che in qualche modo riportano ad un’altra ricerca condotta in Francia apparsa un po’ più a fatica nei quotidiani nazionali nella primavera di quest’anno (“Nessuna prevenzione del cancro dagli integratori vitamina B e omega 3): secondo questo studio francese non solo gli integratori a base di vitamina B e omega.-3 non hanno alcun effetto nella prevenzione del cancro, ma addirittura possono avere effetti negativi per le donne nel lungo periodo.

Ora. Non sono una scienziata e lungi da me è il desiderio di addentrarmi in dibattiti troppo specifici e difficili da sostenere. Ciò nonostante, il dubbio rimane.

Dopo averci convinti a suon di ricerche e statistiche dell’importanza strategica dell’omega-3 contro l’increscere del “grasso cattivo”, ovvero il temutissimo omega-6, e dopo aver riempito le dispense di mezzo mondo occidentale (America in particolare) di supplementi in tavoletta di omega-3 per difendersi dal rischio di infarto, come possono ora scienziati e ricercatori da più parti del mondo confondere in questo modo le carte in gioco?

Ovviamente la scienza medica è già al lavoro. Chi a smontare i nuovi studi (non mi addentro nei particolari), chi ad approfondire le ricerche e magari a scoprire altre relazioni che negano o confermano altri dati e altre conclusioni.

Tuttavia, i lunghi punti di domanda restano.

Il pesce, lo mangio oppure no?  E se sì, in quale quantità?

Che ne faccio ora di tutte quelle tavolette di omega-3 che ho impilate nell’armadietto dei medicinali indispensabili?

Ma soprattutto:

Se non mangio pesce, cosa succede al livello di grassi cattivi nel mio sangue?

Anche questa volta la lettura di tali e tante incertezze fatta da T.Colin Campbell lancia, a mio modo di vedere, un messaggio di serenità. Per l’autore del The China Study che ha lavorato per oltre 40 anni nella ricerca nutrizionale, è più che normale che la scienza alimentare si intrappoli di volta in volta in queste situazioni di ambiguità:

fino a che la scienza nutrizionista continuerà a guardare all’effetto di ogni singolo nutriente scorporandolo dall’insieme delle parti in cui agisce, ogni ricerca condotta incorrerà in errori, in alcuni casi anche gravi

Campbell lo chiama “the wholistic effects of nutrients on health”; vale a dire un nuovo approccio alla nutrizione secondo il quale ogni nutriente tend to work together, ovvero tende a lavorare insieme ad altri per garantire la salute del nostro corpo.

Per quanto possa sembrare teoreticamente semplicistico, l’approccio scientifico qui proposto da Campbell può risultare addirittura “sconvolgente” nella lettura medica di alcune ricerche alimentari. Nel suo corso online Campbell fa diversi esempi di studi “smentiti” nel tempo a causa di una lettura riduzionista che volge attenzione al singolo nutriente preso in esame senza tenere in considerazione il rapporto che esso gioca nel complesso e nei complicati processi di utilizzo del nostro corpo.

Uno tra questi casi citati è appunto quello dell’omega-3. The good fat come siamo soliti ormai conoscerlo un po’ tutti. Bene. Il buon funzionamento dell’omega-3 è legato, come si sa, ad un delicato equilibrio (the delicate balance) tra omega-3 e omega-6 che fa sì che nel caso uno dei due ecceda troppo rispetto all’altro scatti un campanellino d’allarme. Ecco perché, sostiene Campbell, quando una dieta sbilanciata apporta troppo “grasso cattivo”, utilizzare supplementi di omega-3 può apportare dei benefici. Ma, e qui la lettura da parte di Campbell delle ultime ricerche realizzate, “quando una dieta è povera di omega-6, come è il caso di una dieta totalmente a base di vegetali o quando altri fattori si intromettono nel quadro generale, assumere supplementi di omega-3 in pastiglie o porzioni eccessive di pesce è stato attualmente mostrato che non solo non giova a nessuno, ma addirittura può apportare danni”.

Insomma. E’ inutile continuare a belligerare sui numeri. Per l’autore del The Chiana Study, una “dieta ricca di tutte le varietà possibili di vegetali aiuta a mantenere un equilibrio salutare di acidi grassi”. Non c’è alcun bisogno di andare in cerca di supplementi e aggiunte. Tutto ciò che è in più non serve. E come spesso accade, tutto ciò che non serve in alcuni casi può anche diventare dannoso.

La ricerca continua. Chi tra di voi avesse notizie, commenti o nuove ricerche da sottopormi, sono tutta orecchi. Commentate qui di seguito cosa sapete in proposito e cosa ne pensate. Insieme possiamo capirne di più.