l-inganno-delle-diete-low-carb-a-basso-contenuto-di-carboidratiSei a dieta? Vuoi dimagrire? Riduci i carboidrati e fai più attività fisica.

Questo il consiglio comune con cui ognuno di noi è cresciuto negli ultimi anni e sul quale la maggior parte degli italiani, dietologi compresi, basa ancora la propria proposta alimentare. Pasta, pane, riso e in generale primi piatti a pranzo. Carne, pesce e formaggio a cena come piatto unico con verdura di contorno.

Una tale impostazione considerata “salutare” e logica nella sua matematica semplicità (mangia poco e un po’ di tutto nel rispetto dei tempi energetici dell’organismo) sta tuttavia progressivamente accompagnando le famiglie italiane a perdere il primato di popolazione più longeva d’Europa per guadagnare quello di obesità infantile.

Il motivo? Semplice. Secondo gli autori di questo ampio articolo provocatorio, nato come risposta da parte del prof. T. Colin Campbell alle argomentazioni del giornalista americano Gary Taubes, autore di Calorie buone, calorie cattive e padre mediatico della teoria low carb negli USA, la fobia collettiva sorta intorno al carboidrato senza alcuna differenza tra raffinato e integrale ha portato come logica conseguenza a un eccesso del consumo di proteine e grassi. Uno sbilanciamento quest’ultimo che si rivela pericoloso per la salute a lungo termine delle persone e che conduce decisamente lontano dalla celebre Dieta Mediterranea.

Nella tradizione culinaria italiana divenuta patrimonio Unesco infatti i carboidrati integrali (non quelli raffinati!) erano da sempre la base dell’apporto energetico giornaliero con una suddivisione che si aggirava intorno al 55-60% di carboidrati, 20-30% di grassi, 10-15% di proteine.

Perché dunque anche in Italia ci si ostina a voler considerare un approccio low carb come “buono” e “consigliabile”?

La risposta a una domanda attuale quanto centrale per la salute di ognuno di noi è tutta in questo libro scritto dall’autore del The China Study, dal dottor Howard Jacobson e da Michael Greger, medico e studioso americano, che nel suo articolo (vedi appendice) tira le somme di ciò che oggi la scienza nutrizionale può davvero dire in merito.

Una somma che spiega nel dettaglio i diversi motivi per i quali una dieta ipocalorica e sostanzialmente fondata sul basso apporto di carboidrati fa fallire l’obiettivo a lungo termine di mantenere nel peso e in salute le persone.

Che si chiami Dieta Dukan, Dieta a Zona, Dieta Paleolitica o Dieta del Gruppo Sanguigno oggi, molto in voga in Italia argomenta Campbell, non c’è differenza sostanziale nella proposta fatta. Al di là del nome che le contraddistingue, le diete in voga in questi anni presentano un regime incentrato sullo stretto controllo delle calorie provenienti dai carboidrati (con una differenza minima una dall’altra) incentivando così un consumo esagerato di proteine e grassi che in alcuni casi è addirittura superiore al 60-70%.

Questo, dicono gli autori, è il nodo principale che lega pratiche dietetiche così costruite a diversi problemi di salute sul lungo termine, gli stessi di cui, gli italiani soffrono in modo esponenziale come cancro, cardiopatie, diabete, ipertensione, insufficienza renale e persino … obesità!

Rispettare una dieta per poi ritrovarsi ancora più grassi e più malati non è di certo l’obiettivo principe. Tuttavia, sostengono gli autori, nonostante un momentaneo successo in termini di peso, un regime dietetico incentrato sulla “carbofobia” non ha in serbo nulla di buono.

Il problema, oggi, è crederci. La riduzione dei carboidrati infatti è molto efficace in termini di bilancia. Chiunque di noi può sperimentare una facile perdita di peso nel breve periodo riducendo il proprio apporto di pasta, pane, riso e quant’altro nella dieta. E questa perdita di peso repentina è quella che giustifica le scelte di sempre più italiani in lotta con il peso e con un piatto di insalata e bistecca sia a pranzo che a cena.

La domanda tuttavia è: questa perdita di peso è duratura? Risolve il problema del sovrappeso o della pancetta alla radice? Come starò tra dieci-quindici anni?

L’errore principale, sostengono gli autori, è quello di considerare il dimagrimento come una mera questione aritmetica: meno calorie ingerite uguale a meno peso guadagnato. Questo consiglio, che echeggia nella nostra mente, è ciò che accompagna ogni nostro tentativo di dieta. In realtà la scienza ha dimostrato che non è tanto la quantità di calorie ingerite a fare la differenza quanto il modo in cui queste ultime vengono metabolizzate e distribuite in tutto l’organismo.

Puntare quindi il dito solo sulla restrizione calorica è come «verniciare un prato di verde invece di curare lo stato di salute dell’erba!»

Se un peso corporeo corretto e una buona salute di solito coesistono è vero tuttavia che non sono sinonimi. Come spesso fa notare Campbell nelle sue conferenze in Italia tenute da Be4eat, si possono perdere molti chili anche ammalandosi di cancro ma questo non è di certo un approccio raccomandabile! Ciò che occorre invece è “risvegliare” nella mente del pubblico e degli specialisti la differenza sostanziale tra carboidrato raffinato e carboidrato integrale. Qui si gioca il futuro del nostro benessere e si pongono le basi per le scelte più pratiche ed idonee a perseguirlo.

Se infatti l’aumento del consumo di farine raffinate è associabile a un aumento di peso e a seri problemi di salute (non solo diabete!), un aumento del consumo di carboidrati integrali, gli stessi elencati dalla Dieta Mediterranea, non solo non fa ingrassare ma addirittura avvia una perdita di peso regolare e duratura che nel lungo termine giova alla salute e al benessere del paziente.

Come suggerito dalla Bibliografia scientifica del dottor Greger la riduzione degli apporti di proteine e grassi che segue all’aumentato consumo di carboidrati integrali è il vero fattore protettivo di una scelta dietetica più sana e consigliabile. Una alimentazione che dovrebbe puntare, secondo l’autore del The China Study, a percentuali pari 80-10-10: 80% carboidrati integrali, 8-12% proteine e 8-12% lipidi.

Solo così si può essere certi di raggiungere il peso ideale risolvendo alla radice il problema che ha generato l’accumulo di grasso corporeo. A questo punto non resta che mettersi all’opera e sperimentare il risultato su se stessi.

Nicla Signorelli