Nello scorso articolo, ho accennato ai disturbi alimentari e vorrei riprendere l’argomento per approfondirlo un poco. Si è scritto tanto su anoressia e bulimia, tantissimo! Nel primo caso vi è un rifiuto del cibo, spesso un’astensione da esso, la bulimia invece è caratterizzata da abbuffate ricorrenti ed è associata alle cosiddette “condotte di eliminazione” come vomito e uso di lassativi.

Di fronte ad una persona con queste problematiche, lo psicologo non tratta solo il sintomo, adotta un cambio di prospettiva: dall’attenzione al cibo, si concede alla persona di spostare lo sguardo verso le sue dinamiche relazionali. Spesso in una famiglia anoressica vi è mancanza di contatto corporeo, controllo reciproco, dovere al posto del piacere, gelo relazionale. Occorrerebbe una descrizione dettagliata di queste caratteristiche, eppure non le si comprenderebbe ugualmente se non se ne è fatta esperienza, mi limito a riportare una frase di una ragazzina anoressica: “[…]se fossi una parola, sarei un grido di disperazione ma non di aiuto […] se fossi una nota musicale sarei un nulla, perché non ci sono melodie nel mio animo affranto”. Nella famiglia bulimica invece vi è un eccessivo contatto corporeo e mentale, invasione di campo, incongruenza nei messaggi e spesso l’aggressività è espressa in senso fisico o con atteggiamenti punitivi. Spesso ci sono episodi di violenza che, per paura, vengono tenuti nascosti, segreti ma a che prezzo!

Sono diversi i modi per lavorare su queste problematiche, un metodo cognitivo che potete fare tutti, consiste nel far emergere i ricordi sui comportamenti familiari e osservare quali funzioni ha avuto il cibo oltre al nutrire: è stato usato per avere controllo su di voi? Come nel caso del genitore che dice al figlio: “Se fai come dico io, ti concedo questo dolce”; o è stato usato come mezzo di punizione? “Stasera vai a letto senza cena!”, oppure il cibo non veniva curato, o offerto con amore, lo si consumava in fretta e in silenzio, come un piccolo dovere da svolgere per poi fare altro…? Collegarsi con la propria infanzia significa ritornare a quei momenti in cui sono emerse emozioni e sensazioni a cui non abbiamo saputo far fronte, perché eravamo piccoli o ci sentivano troppo soli per parlarne con qualcuno. Creare consapevolezza verso ciò che abbiamo vissuto è un passo per ritrovare noi stessi, un passo per riappropriarci di qualcosa che ci appartiene per poi prenderne le giuste distanze.